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  • Napoli, fine Ottocento.

    Nei vicoli mancava quasi tutto, ma non la dignità.
    Il Natale non era abbondanza,
    era condivisione.
    Una tavola povera,
    una famiglia unita,
    un presepe costruito con ciò che si aveva.
    Questa non è nostalgia.
    È memoria.
    Un frammento di storia che ho voluto raccontare così,
    senza fretta,
    come si faceva allora.

  • Un Natale qualunque.Un ricordo che resta.

    Il venticinquesimo Natale è un racconto digitale gratuito, nato per non dimenticare.
    Leggilo. Se ti parla, lasciane traccia.

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    Questo blog è sostenuto da IoWeb store
  • La Napoli abbandonata

    Quale evento storico ti affascina di più?

    L’Evento che Modella il Presente: La Napoli Abbandonata (1875)

    ​Mi avete chiesto: “Qual è l’evento storico che mi affascina di più?”

    ​La mia risposta non è un singolo giorno sul calendario, ma un intero periodo storico: La Napoli post-unitaria del 1875, abbandonata a sé stessa.

    ​Mentre il nuovo Regno d’Italia si consolidava, gran parte della città, e in particolare i suoi vicoli, viveva in una povertà schiacciante e senza aiuti.

    Perché questo periodo mi ossessiona?

    1. L’Unione Incompiuta: Il Regno era formalmente unito, ma socialmente e politicamente c’era un abisso. I problemi di fondo – mancanza di igiene, case fatiscenti, fame – venivano ignorati.
    2. La Causa dell’Ingiustizia: Questo abbandono non è solo uno sfondo per il romanzo; è la causa diretta della nascita della giustizia parallela. Quando lo Stato si ritira o ignora, la legge del più forte o la necessità prendono il sopravvento.
    3. Il Seme del ‘Guappo’: È in questo ambiente di trauma e ingiustizia che l’identità di personaggi come Vincenzo, il protagonista de “Il Guappo”, viene forgiata. La sua lotta per la giustizia è una risposta diretta a un sistema che lo aveva lasciato indietro.

    ​Studiare questa storia mi insegna che l’abbandono istituzionale è il peggior nemico di ogni società. È una lezione che resta dolorosamente attuale.

    E voi? Quale periodo storico, che sentite ancora vivo, credete abbia modellato maggiormente il nostro presente?

  • ​📚 Il Trionfo della Storia: La Mia Passione, Le Mie Opere

    ​C’è un momento, nella vita di uno scrittore, in cui il sogno diventa una realtà palpabile. Questo è il mio momento.

    ​Vedere queste quattro copertine affiancate – “Il Guappo,” “Carmela,” “Il Venticinquesimo Natale” e “Gli Ultimi Scugnizzi” – non è solo una soddisfazione professionale, ma la celebrazione di una passione che arde da tempo: raccontare storie che non vogliono essere dimenticate.

    ​Ogni romanzo, ogni raccolta di racconti è un pezzo di me, un’immersione nella storia, nell’emozione e nella resilienza umana:

    • “Il Guappo” ci porta nella Napoli feroce e ingiusta del 1875, dove il trauma e l’abbandono hanno generato la necessità di una giustizia parallela.
    • “Carmela” esplora le scelte difficili e il coraggio delle donne, spesso messe di fronte a bivi che ne definiscono l’esistenza.
    • “Il Venticinquesimo Natale” e “Gli Ultimi Scugnizzi” parlano di innocenza, di speranza e della necessità di non perdere la meraviglia (come abbiamo discusso con “essere un bambino nel cuore”) anche nelle circostanze più dure.

    ​Queste opere sono il frutto di anni di ricerca, notti insonni e, soprattutto, un amore incondizionato per la narrazione. Ogni libro che scaricate, ogni pagina che girate, dà vita a questa mia passione.

    ​Grazie per far parte di questo viaggio. Spero che queste storie vi emozionino quanto hanno emozionato me scriverle.

    Quale storia vi ha toccato di più? Iniziamo da lì!

  • La Verità che Tutti Dovrebbero Sapere

    Qual è qualcosa che credi che tutti dovrebbero sapere.

    Mi è stata posta una domanda fondamentale: “Qual è qualcosa che credi che tutti dovrebbero sapere?”

    ​La mia risposta è semplice, ma potente, ed è il motore di ogni storia che scrivo:

    Tutti dovrebbero sapere che la Storia non è solo un racconto del passato. La Storia è il manuale d’istruzioni del presente.

    ​Spesso guardiamo ai problemi di oggi – l’ingiustizia, la disparità sociale, la difficoltà a trovare il proprio posto – come se fossero fenomeni nuovi. Non è così.

    ​I vicoli di Napoli del 1875, l’abbandono dello Stato durante l’epidemia di colera (la realtà che ha forgiato “Il Guappo”), non sono solo dettagli storici; sono la radice dei meccanismi sociali che osserviamo ancora oggi.

    ​Finché non comprenderemo il prezzo della lotta di chi è venuto prima di noi, e quanto siano cicliche certe ingiustizie, non saremo mai davvero liberi.

    Consapevolezza storica è libertà. È la cosa più importante che tutti dovrebbero imparare.

    Cosa ne pensate? Cosa credete sia la verità fondamentale che il mondo ignora?

  • 🖋️ La Storia Vive: “Il Guappo” a Castel dell’Ovo

    ​Ci sono momenti che valgono più di ogni classifica. Vedere un lettore immerso nelle pagine de “Il Guappo” sul lungomare di Napoli, con Castel dell’Ovo e il Vesuvio come testimoni, è uno di questi.

    ​Il mio romanzo, sulla Napoli del 1875 e l’ingiustizia, esce dalla pagina per incontrare la realtà che lo ha ispirato. È un ponte tra un passato difficile e la bellezza di oggi.

    ​Quando un’emozione così forte si unisce alla Cultura, non si può che urlare: W la Cultura, W la Storia!

    ​Grazie di cuore a quel lettore e a tutti voi. Spero che la storia di Vincenzo vi leghi ancora di più a questa città unica.

  • Scrittore tra Storia e Ingiustizia

    Cosa significa essere un bambino nel cuore?

    Cosa Significa Essere un Bambino nel Cuore? 🤍

    ​È una domanda bellissima e profonda. Per me, essere un bambino nel cuore non significa essere ingenui o irresponsabili, ma mantenere vive quelle qualità che la vita e le ingiustizie spesso ci costringono a seppellire.

    ​Significa mantenere:

    • La Meraviglia (Lo Stupore): La capacità di guardare il mondo non con la stanchezza cinica dell’adulto, ma con la curiosità e l’entusiasmo di chi scopre una cosa per la prima volta. È ritrovare la bellezza anche nelle piccole cose, come un raggio di sole in un vicolo buio.
    • La Resilienza e il Gioco: Il fanciullo cade e si rialza immediatamente, dimenticando il dolore per tornare subito al gioco. Essere un bambino nel cuore significa mantenere questa incredibile capacità di resistere ai colpi della vita e di trovare un modo per giocare (cioè, vivere con leggerezza) nonostante le difficoltà.
    • La Lealtà Senza Filtri: I bambini amano con una lealtà assoluta e onesta. Essere bambini nel cuore significa non permettere ai filtri e agli interessi del mondo adulto di contaminare i propri sentimenti e le proprie relazioni.

    Il mio pensiero è questo:

    ​”Quando la vita ti costringe a diventare un uomo troppo presto – come è successo a tanti fanciulli nella Napoli post-unitaria  – l’importante è non dimenticare il bambino che eri, per poter ritrovare, un giorno, la forza di ricominciare a lottare non solo per la sopravvivenza, ma per la felicità.”

    ​Spero che questa riflessione possa risuonare con chi l’ha proposta.

    — Massimo Brandi

  • Il Guappo: Oltre il Mito, la Storia Vera 🇮🇹

    C’è un personaggio di Napoli di cui tutti parlano, ma pochi conoscono davvero: il Guappo.

    ​Con il mio ultimo romanzo, “Il Guappo”, ho voluto superare le leggende e le mitologie per raccontare la sua vera natura nella Napoli ferita del 1861.

    Non era un eroe romantico né un criminale banale. Era un uomo nato dalla miseria dei vicoli, un punto di riferimento amato dal popolo, temuto dai potenti che lottava per la sopravvivenza in una città tradita.

    ​Questa è la storia di Vincenzo, il ragazzo scaltro che diventerà il simbolo di questa ribellione silenziosa. Attraverso le sue vicende, voglio spiegare chiaramente e senza filtri chi era realmente il guappo post-unitario e perché la sua figura è così complessa e tragica.

    ​Se vuoi scoprire la verità storica e immergerti in un’epoca di rabbia e orgoglio, il romanzo è qui per te.

    “Il Guappo” è disponibile GRATIS in versione digitale!

    ​➡️ Leggi il mio ultimo lavoro e scopri la vera storia:


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    Spedizioni gratuite in tutta Italia
  • Da Napoli a Pompei a piedi

    All’alba, quando Napoli è ancora avvolta in un velo di silenzio e la luce del giorno filtra timida tra i vicoli, ci siamo messi in cammino. Dal cuore della città, passo dopo passo, verso il Santuario di Pompei.
    Non era solo un andare: era un pellegrinaggio. Un filo invisibile ci legava tutti alla stessa speranza, allo stesso ringraziamento. Un voto alla Madonna, un sussurro nel cuore, un impegno silenzioso da mantenere.

    La strada si è presto riempita di volti e di passi. Giovani, anziani, famiglie intere. Colonne umane che avanzavano senza fermarsi, come un unico respiro. C’era chi pregava a bassa voce, chi incitava gli altri con parole semplici, chi porgeva una caramella come se fosse un dono prezioso. In quelle ore, eravamo una comunità che camminava all’unisono, sorretta dalla fede.

    Attraversando San Giovanni a Teduccio, il quartiere dormiva ancora. Poche figure si muovevano per strada, le saracinesche abbassate. Ma negli occhi delle case si intravedevano le ombre delle difficoltà: ferite di periferia che assomigliano a quelle di tante altre città.

    Portici, Ercolano, Torre del Greco, Torre Annunziata: nomi che si susseguivano come tappe di un rosario. Nei loro vicoli stretti, il tempo sembrava scorrere più lentamente. Ho incontrato sguardi stanchi, segnati dal lavoro duro e mal retribuito. Piccole botteghe ancora vive di socialità, con il negoziante che ti riconosce e ti chiede come stai.
    Ho visto anziane sedute fuori dalle loro case, intente a pettegolare in un dialetto fitto come una rete, e venditori ambulanti che esponevano la loro merce sotto il sole. Ho sorriso davanti a un’agenzia che pubblicizzava cantanti per cerimonie, diffondendo una canzone di quarant’anni fa, come se il tempo non avesse fretta di passare.

    Ho comprato acqua fresca da due ragazzine che la custodivano in grossi recipienti colmi di ghiaccio: piccole, ma già temprate dalla vita. Più avanti, una donna incinta, il ventre teso e la fatica negli occhi, si lasciava sostenere dalla mano ferma del marito. Ho lasciato un euro a dei ragazzi che raccoglievano fondi per una giovane donna in attesa di un intervento urgente.

    E poi, finalmente, Pompei.
    Il Santuario appariva come un miraggio, ma reale. Davanti a noi, una distesa di persone: molti sedevano a terra, stremati, ma con lo sguardo rivolto all’altare. Le voci della messa si mescolavano al silenzio interiore di ciascuno.
    In quell’istante ho compreso che il nostro cammino non era stato soltanto un viaggio di trenta chilometri, ma un attraversamento dell’anima. Avevamo camminato dentro la vita degli altri, dentro la loro fatica e la loro speranza, e ne uscivamo diversi, col cuore un po’ più grande.

  • L’amore ossessivo di una mamma

    Fare la mamma è il compito più difficile del mondo; deve essere presente e distante, rimanendo in un equilibrio instabile. Il percorso è emozionante, ma anche pieno di insidie.


    Il romanzo gratuito

    “Il venticinquesimo Natale”


    Il legame tra madre e figlio nasce già nel grembo materno e, da quel momento, prende forma un vincolo profondo e indissolubile. Questo rapporto accompagna la crescita del bambino fino all’età adulta.
    Tuttavia, per alcune madri, il distacco è un ostacolo difficile da superare. Convinte che i figli non siano in grado di affrontare la vita senza di loro, li crescono a “pane e ansie”, trasmettendo insicurezza, paura del nuovo e bassa autostima. Un figlio allevato così rischia di diventare un adulto fragile, poco autonomo, incline a cercare partner dominanti che possano guidarlo e offrirgli quelle cure e quel sostegno che un tempo riceveva dalla madre.

    Quando l’amore materno diventa eccessivo, può trasformarsi in un abbraccio soffocante: toglie l’aria, limita gli spazi vitali, impedisce la crescita e la piena maturità emotiva. Le madri iperprotettive diventano vigili oltre misura, invadenti, sempre presenti, pronte a sostituirsi ai figli nei loro bisogni. Credono di sapere quale sia la scelta migliore in ogni ambito: la scuola da frequentare, il partner da amare, lo stile con cui vestirsi o persino come radersi.

    Il passaggio all’età adulta del figlio rappresenta per queste madri un trauma. Incapaci di trasformare il legame in una relazione equilibrata tra adulti, rischiano di scivolare, senza volerlo, in atteggiamenti egoistici, narcisistici o manipolatori, talvolta mascherati da seduzione affettiva. Anche la scelta della compagna ideale diventa un terreno di scontro: nessuna donna è mai abbastanza giusta — troppo alta, troppo bassa, troppo esigente o troppo remissiva, straniera o semplicemente “non all’altezza”.

    Quando non riescono a ottenere ciò che desiderano, alcune madri ricorrono a strategie sottili: sintomi, malanni e ansie attribuiti al comportamento del “figlio ingrato”, creando così un legame di dipendenza reciproca.
    Le conseguenze di questo rapporto sono profonde: emanciparsi diventa un’impresa ardua e tagliare il cordone ombelicale richiede una forza di volontà straordinaria. Solo un’intensa motivazione può spingere il figlio a una ribellione emotiva, fino a conquistare la propria libertà sociale e mentale.

    Ma, anche allora, resta una verità intramontabile: la mamma è sempre la mamma.


    Il romanzo ci conduce nella vita della signora Rita, una madre instancabile che riversa ogni respiro, ogni gesto, nel prendersi cura della casa e, soprattutto, dei suoi figli. Ma, col tempo, quell’amore così totale si tinge di ombre, diventando un legame soffocante, quasi prigioniero della sua stessa intensità.
    Luigi, il figlio prediletto, cresciuto all’ombra di quell’affetto avvolgente, si ritrova un giorno a guardarlo con occhi nuovi: ciò che aveva sempre creduto amore puro si rivela essere un sentimento malato, capace di ferire quanto di proteggere.

    Buona lettura.


    Romanzo gratuito

    “Il venticinquesimo Natale”




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  • Le 4 giornate di Napoli

    Dal 27 al 30 settembre 1943, gli abitanti di Napoli decidono di combattere il regime nazista presente in città, sollevando una rivolta antecedente all’arrivo degli Alleati. Cosa è stato per il popolo napoletano questo periodo storico? Come hanno reagito all’arrivo degli Alleati in città?

    Le sorti della guerra ormai erano annunciate: la disfatta della Germania nazista a Stalingrado e la sconfitta in Africa di El Alamein delle truppe dell’Asse preannunciarono una inevitabile sconfitta. L’esercito italiano, già impreparato ad affrontare una guerra mondiale, era allo sbando e contava un consistente numero di vittime, dispersi e catturati dai nemici. Molte città italiane subivano incessanti bombardamenti da parte degli Alleati; le difese italiane erano inefficaci e non riuscivano a fermare le fortezze volanti. Napoli, la città italiana più grande del sud del paese, non venne risparmiata: la popolazione inerme pagava un prezzo molto alto.

    Al suono delle sirene, chi poteva scappava nei ricoveri per evitare di morire; il panico e la paura regnavano sovrani tra la gente. Fame ed epidemie si associarono alla totale confusione: non vi erano più leggi, non vi era più pace, ma vi erano i tedeschi insediati in città che iniziarono a fare rastrellamenti per evitare rappresaglie. Uccisero innocenti solo a scopo intimidatorio e imposero delle leggi ferree per rendere ancor di più la vita difficile alla popolazione ormai stremata e affamata.

    Le bombe non risparmiarono neanche gli edifici storici; la popolazione fu ferita al cuore vedendo distruggere la loro storia e, vedendo troppi morti innocenti, iniziarono ad armarsi e a organizzarsi per creare una rivolta contro i tedeschi; ormai non li consideravano più alleati, ma invasori. Il giorno 8 settembre 1943, l’Italia si arrese agli alleati e il proprio governo firmò l’armistizio con resa incondizionata. Da quel momento, i tedeschi divennero i nemici degli italiani e iniziarono a intensificare i rastrellamenti e ad ammazzare il maggior numero possibile di persone; ebbero ordini di distruggere Napoli.

    I napoletani furono costretti a subire soprusi, saccheggi e assassinii fino al punto che reagirono con le armi con l’intento di cacciarli dalla loro terra. Gli scontri furono duri; uomini e donne di qualsiasi ceto sociale si unirono e combatterono, ci furono vittime da ambo le parti. I tedeschi si ritirarono e il giorno 1° ottobre gli alleati arrivarono a Napoli; trovarono la città liberata. Il popolo napoletano dovette convivere con i nuovi alleati; c’era chi sfruttò la situazione a proprio favore e chi li riteneva occupanti. Nel romanzo che vi presento c’è la storia di una giovane donna di nome Carmela che visse in quel periodo buio della storia umana e dovette fare una scelta importante della sua vita.

    Buona lettura



    Leggi senza scaricare




    Questo romanzo è offerto da ‘a casa ‘e Peppino
  • Gli scugnizzi

    Napoli è sempre stata una città sofferente per molteplici motivi. Da tutto ciò nacquero, nel fine ‘800, in un’Italia post unitaria, “gli scugnizzi”, ragazzini che trascorrevano gran parte del loro tempo in strada. Non tutti andavano a scuola e non tutti avevano accesso ai propri diritti civili; insomma, vivevano ai margini della società, dovuto anche alle carenze delle istituzioni.

    Eccoli i primi scugnizzi napoletani, con il capo coperto, vestiti lacerati, scarpe rotte e l’atteggiamento da adulto vissuto. Nei loro occhi si leggeva la sofferenza dovuta alla miseria; la stragrande maggioranza di loro apparteneva a famiglie povere, numerose e senza un reddito fisso. Erano costretti a cavarsela da soli e a portare qualche soldo a casa. Vivevano di espedienti e utilizzavano la loro scaltrezza al fine di ottenere qualcosa. C’era chi si arrangiava a fare lavoretti saltuari e chi viveva in modo disonesto, compiendo anche atti criminali. L’istinto di sopravvivenza li spingeva a qualunque decisione.

    Stavano sempre insieme e riuscivano a divertirsi anche con mezzi rudimentali; avevano l’arte di arrangiarsi e di conseguenza si adattavano a qualsiasi condizione. Le loro abitazioni erano nella maggioranza “bassi”, cioè abitazioni al piano terra a livello strada; erano di piccole dimensioni, vivevano in piena promiscuità e in condizioni igienico-sanitarie molto precarie.




    Dicono che questa figura ha rappresentato l’anima di Napoli; ora vi spiego come trascorrevano la loro giornata e quali erano i loro ideali. Come dicevo prima, gli scugnizzi erano di famiglie popolari e vivevano nella povertà quasi assoluta. La loro età oscillava tra i 6 e i 17 anni; la strada era il loro habitat. In quei vicoli stretti e sporchi si destreggiavano con molta abilità e riuscivano quasi sempre a cavarsela dalle insidie che l’ambiente riservava loro. Alcuni già fumavano sigarette e altri svolgevano mansioni da adulti. Nonostante nella loro dottrina fosse ben chiaro che non bisognava lavorare, occorreva guadagnare soldi restando “liberi”, ma c’erano quelli che preferivano lavorare e, di conseguenza, erano sfruttati e mal pagati. Avevano il loro credo; era una legge orale e non scritta che veniva rispettata senza alcun compromesso. Il maschilismo era penetrante; alcune faccende venivano svolte o risolte solo dai maschi, le femmine dovevano starne fuori.

    Il maschio doveva sempre mostrare forza e coraggio, non doveva mostrarsi debole e non doveva piangere; il pianto apparteneva solo ai deboli. Invece, lo scugnizzo era “forte e coraggioso” al punto che, durante la seconda guerra mondiale, nelle quattro giornate di Napoli, combatterono anch’essi per scacciare i tedeschi.

    Si batterono con coraggio e determinazione e contribuirono alla liberazione di Napoli nel settembre del 1943. I loro idoli erano gli uomini di malavita e da loro prendevano ispirazione per incarnare una propria personalità da guappo; era ciò che volevano ed erano molto lontani dalle istituzioni, al punto che ripudiavano tutto ciò che rappresentava lo stato. Anche la scuola veniva considerata un luogo da non frequentare, e per questo molti di loro non ci andavano. Lo scugnizzo aveva a dosso un’armatura invisibile che non voleva che nessuno gliela togliesse. Sapevano di vivere emarginati dalla società civile, ma avevano una loro convinzione che chi studiava e chi lavorava non fosse una persona libera, ma schiava di un sistema; loro invece respiravano aria di libertà e di piena autonomia. Anche gli adulti contribuivano a raccontare cose distorte alla realtà per invogliarli a essere scugnizzi. Gli scugnizzi erano utili per le famiglie, perché portavano denaro a casa, erano utili alla malavita perché i migliori venivano reclutati e infine erano utili alle istituzioni perché non chiedevano nulla. Per questi motivi la loro esistenza è durata circa 100 anni. Erano disseminati in tutta Napoli e provincia ed erano suddivisi in bande. Ognuna di esse era composta da un gruppo di ragazzi dalle 20 alle 50 unità; ogni banda aveva un suo capo (capobanda), di solito quello più grande di età e con più esperienza. Intorno al capo c’erano i suoi seguaci, quelli più stretti a lui, quelli che lo confortavano e lo consigliavano; queste figure di solito erano tra le 2 e le 6 persone e tra di loro c’era molta concorrenza al fine di avere un posto esclusivo accanto al proprio capo. Il capo era sempre al centro, era quello che comandava, era colui che organizzava tutto. Era sveglio, saggio, scaltro e coraggioso. Il capo rimaneva tale fino a un’età di circa 17 anni, dopodiché lasciava la propria banda nominando un suo successore per entrare a far parte di un altro contesto, quello degli “adulti”. Infatti, il capo aveva in sé delle doti che gli permettevano di entrare nella malavita come affiliato oppure diventava un ladro seriale; insomma, faceva “il passo di qualità”, che nel loro mondo era importante e aumentava ancora di più la loro autorevolezza. Riuscivano a uscire dalla miseria e a fare una vita più agitata, cambiavano look: avevano un abbigliamento curato e capelli ben pettinati. Possedevano un ciclomotore o scooter di ultimo modello e ostentavano le proprie possibilità economiche. Era il premio ricevuto dalla vita dopo aver effettuato il percorso da scugnizzo. Ogni banda aveva il controllo della propria zona. Nonostante fossero ragazzini, avevano ben chiaro quali fossero i loro doveri. Gli stenti, la miseria e le difficoltà li rendevano uniti; erano solidali tra di loro e si rispettavano. Erano ragazzi come tutti, anche loro soffrivano, piangevano (sempre di nascosto) e sognavano. Eh sì anche loro avevano i loro sogni, cosa sognavano? Per prima cosa far uscire la propria famiglia dalle condizioni di totale indigenza, sognavano di diventare veri uomini d’onore, inteso come persona che godeva del rispetto di tutti senza dover chiedere nulla a nessuno e avere la propria sfera di potere. Le bande a volte si scontravano tra di loro tramite le “guainelle”, cioè una battaglia tra scugnizzi impegnati in pericolosi e spesso cruenti scontri a colpi di pietra. Erano veri e propri regolamenti di conti. Erano guerre tra poveri; tutti odiavano tutti e nella guainella sfogavano tutta la loro frustrazione sociale. I vincitori erano quelli con meno feriti; infatti, c’erano malaugurati che venivano colpiti da pietre, spesso al volto, causando ferite da taglio con la conseguente fuoriuscita di sangue. Raccontata così, può sembrare un gioco, ma vi assicuro che era tutt’altro che un gioco. Era la dimostrazione per affermare la propria forza sul territorio, era ostensione del proprio coraggio.

    Eccoli gli scugnizzi, seminudi, sorridenti e magri. Purtroppo il loro regime alimentare era scarso in quantità e in qualità: la mattina la colazione non veniva consumata, nel pomeriggio mangiavano un panino farcito con un contorno e la sera primo piatto (pasta) con pane accompagnato per rendere la cena abbondante. Mancava la frutta, i dolci, i cereali, i legumi ecc. Insomma tutti prodotti utili per una sana crescita. Correvano, scappavano, erano sempre in movimento e consumavano molte calorie. Paradossalmente era difficile che si ammalassero, ma quando ciò avveniva era dura per loro. Purtroppo, tra loro c’era chi non riusciva a mangiare tutti i giorni per via delle condizioni economiche scarse. Avevano la consapevolezza di essere ragazzi emarginati, ma l’interpretazione era distorta: credevano di essere ragazzi superiori rispetto a chi conduceva una vita “normale” ed erano attratti da quello stile di vita. Si sentivano, in un certo senso, ragazzi nati sotto una stella diversa, con un destino già scritto, un percorso di vita dal quale non potevano sottrarsi; i tabù, i pregiudizi e le regole sociali di cui facevano parte gli impedivano di guardare altrove. Tutto quello che era diverso da loro veniva osservato come sconosciuto e, come tale, con molta diffidenza.




    Ovviamente non tutti ci riuscivano, solo in pochi realizzavano i propri sogni; i restanti soccombevano. C’era chi finiva per morire per droga, chi andava in carcere, e per tutti c’era l’emarginazione; non riuscivano a prendere posto in nessun contesto sociale e lavorativo. Eh sì, chi si macchiava anche di piccoli reati difficilmente trovava un lavoro stabile e duraturo. E come ogni cosa, c’è un inizio e una fine, e questo principio è stato anche per gli scugnizzi, che ebbero la loro fine. Oggi non esistono più; la parola scugnizzo è solo un inno alla napoletanità per intendere vivacità, furbizia e scaltrezza. Nel libro che vi presento in formato digitale gratuitamente, potrete scoprire tante altre sfaccettature e quelle furono le cause della loro scomparsa.

    Buona lettura


  • Gli scavi di Pompei

    Trascorse le festività  natalizie quelle luci e quei colori hanno lasciato spazio al freddo e al vento. Siamo andati a Pompei e abbiamo visitato gli scavi in un gennaio silenzioso, abbiamo valicato quella soglia che divide il nostro mondo, quello moderno, veloce, frenetico con l’altro spettacolare mondo degli antichi romani di circa duemila anni fa, Il rumore dei nostri passi risuonano in quel silenzio affascinante e misterioso.

    Anfiteatro di Pompei

    Abbiamo visitato l’anfiteatro di Pompei, via dell’abbondanza, domus, affreschi e tanto altro di quello che è rimasto dopo quel terribile giorno del 79 d.c. passeggiando abbiamo percepito la morte, si la morte di quelle persone che popolavano quel bellissimo luogo nel loro quotidiano. Ad un certo punto ci siamo seduti e abbiamo immaginato le botteghe, mercati, ricchi, poveri, uomini di potere e imbroglioni, insomma tutti lì a svolgere la propria vita quotidiana ma nello stesso tempo tutti sotto un unico destino.

    Abbiamo conversato con una delle addette, con molta gentilezza ha risposto a tutte le nostre domande in modo esaustivo. Alcune domande che mi sono subito venute in mente era: se c’era un ospedale, e se era a pagamento, se anche i poveri avevano diritto all’istruzione e infine se esisteva un registro catastale.

    C’era una sorta di ospedale, e mi è sembrato di capire che era accessibile a tutti, l’istruzione età solo accessibile a chi poteva permetterselo e infine non esisteva un registro catastale, gli immobili difficilmente venivano venduti: venivano trasferiti per legge al primo foglio maschio.

    Poi ancora più avanti, c’erano colonne, Domus, e tanto altro ancora. Il fascino di quel luogo è penetrato in noi lasciandoci stupiti.

    Chissà? È stata la parola che è scattata in noi, chissà cosa pensavano, com’erano i loro rapporti sociali, cosa mangiavano, in cosa credevano? Insomma un sacco di domande che avremmo voluto fare conoscendo realmente quelle persone.

    Infine siamo andati alla necropoli, qui abbiamo avvertito ancor di più il silenzio della morte, il silenzio di chi un tempo c’era e oggi non c’è più, in un clima surreale abbiamo visto le tombe, la fine dell’esistenza!

    C’erano uccelli che svolazzavano, è come sapessero che luogo fosse e come percepivano il rispetto per i defunti. Ci siamo lasciati alla nostra immaginazione, ma è questo quello che abbiamo sentito, ed è stata un esperienza indimenticabile. Andare a gennaio è stata un ottima scelta, c’era poca gente e di sicuro il freddo è più sopportabile del caldo torrido dei mesi d’estate.

    Luogo tenuto bene e il personale molto professionale.

    È piacevole passeggiare per Pompei e non bisogna rinunciare alla visita del santuario della Beata Vergine del Rosario.